Storia di Salerno

Pubblicato da giancarlo il

Salerno divenne il centro più fiorente del Mezzogiorno con la conquista dei Longobardi nell’VIII secolo, in particolare con il duca Arechi II. Sede del Principato, Salerno conobbe un periodo di splendore, diventando anche un importante centro di studi con la celebre Scuola Medica Salernitana, la più antica istituzione medica dell’occidente. Dopo i Longobardi, furono i Normanni e poi gli Svevi a favorire la crescita della città, che si arrestò solo nel XVI secolo, quando il potere passò nelle mani degli Spagnoli. Nel settembre 1943 Salerno fu teatro dello sbarco degli alleati. Oggi Salerno è una città in piena rinascita, teatro di una trasformazione in città laboratorio, modello di rilancio urbano di rilievo internazionale. Cuore della città è il quartiere medievale, la cui arteria principale è via dei mercanti. Le strade strette, oggi ricche di negozi, seguono le tracce dell’impianto urbanistico medievale, conservando splendidi palazzi d’epoca e gran parte dell’architettura religiosa. Fulcro della vita commerciale cittadina sono i quartieri ottocenteschi nei pressi del bel lungomare Trieste, uno dei più lunghi d’Italia, fiancheggiato da palme, dal quale si può godere la bella vista sul golfo. Un’oasi di verde è la villa comunale, il bel giardino pubblico di fianco al Teatro Municipale Giuseppe Verdi.

STORIA DI SALERNO
a cura di Vincenzo de Simone

Studioso di storia salernitana, in particolare dell’evoluzione urbanistica della città. Membro della Società Salernitana di Storia Patria e collaboratore della “Rassegna Storica Salernitana” dal 1989. Collaboratore della “Storia di Salerno” (Elio Sellino editore) per l’urbanistica antica e medievale. Primo curatore della seconda edizione postuma (2001) di “Salerno Sacra” di Generoso Crisci.

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PROFILO STORICO DI SALERNO
Testo di Vincenzo de Simone

Nel 268 a.C. i romani deportarono i ribelli picenti, più comunemente detti piceni, nell’ager che da essi sarà denominato picentino, sulle propaggini sinistre della valle dell’Irno. Forse contestualmente, o forse qualche tempo dopo, l’irrequietezza di quella popolazione consigliò la istituzione di un castrum, un campo militare, allo scopo di impedire incursione lungo i passaggi fra le colline, fra i quali quello della Fossa lupara, l’odierno vallone di Canalone, verso l’agro di Nuceria Alfaterna, oggi Nocera Inferiore. Il castrum fu costruito alla sommità della scarpata che attualmente vediamo incombere sui rioni delle Fornelle e delle Galesse, e che all’epoca incombeva anche sull’area dei Canali, a cavallo del tratto iniziale, oggi via Trotula de Ruggiero, del sentiero verso la Fossa Lupara, molto probabilmente dall’attuale largo Abate Conforti verso occidente. La città nasce nel 194 a.C., in applicazione della legge Atinia di tre anni prima, con la deduzione di una colonia di cittadini romani, in oram maritimam, ad castrum Salerni, ossia sul mare, nei pressi del campo militare che abbiamo visto, già denominato di Salerno, forse dal nome della località risalente addirittura ad un’epoca antecedente la conquista romana del territorio. Rispetto al castrum, la città si colloca verso il mare, fino al meridione dell’attuale via dei Mercanti, e si espande verso occidente, fino al corso del torrente Fusandola, e verso oriente, fino allo sbocco della stessa via dei Mercanti sull’odierno largo Sedile di Portanova. Forse al largo Abate Conforti è istituito il foro, certamente nell’area oggi di San Pietro a Corte sono costruite le terme e oltre le mura orientali è posta la necropoli. Sul tracciato di uno dei passaggi fra le colline si svolgerà la via Popilia che, correndo in medio Salerno, raggiungerà Reggio di Calabria; essa, nel tratto a Nuceriam Salernum usque, sarà riattata prima dal cesare Marco Antonio Gordiano (238), poi da Giuliano l’Apostata (361-363), come testimoniato dalle iscrizioni incise su una colonnina miliare rinvenuta nel 1841 al largo Abate Conforti. La presenza di questa colonnina miliare, il fatto che nel 1879 fu rinvenuto un tratto di una strada giudicata romana fra l’innesto della via dei Canali e i gradoni Madonna della Lama, a circa un metro di profondità rispetto all’attuale selciato della via Torquato Tasso, il fatto che al febbraio 934 compare nella documentazione giunta fino a noi la porta Nucerina aperta all’estremità occidentale della stessa strada, ci dicono che essa fu l’erede di uno di quei sentieri al controllo dei quali era stato posto il castrum e la parte in medio Salerno della via Popilia. Alla caduta dell’Impero romano d’Occidente con la morte di Romolo Augustolo (476), dopo l’intervallo del regno gotico, la città fu sottoposta al dominio bizantino prima al tempo di Belisario (536-539), poi dalla sconfitta di Totila (552) al 646, quando fu annessa da Arechi I al ducato longobardo di Benevento. Per una valutazione di questo periodo storico importanza rilevante assumono due sepolture rinvenute nelle fondamenta della cappella palatina di San Pietro a Corte, risalenti ad un’epoca intermedia fra la dismissione delle terme e l’edificazione della stessa cappella palatina, quando il sito fu impegnato da un edificio di culto paleocristiano e da un sepolcreto. La prima sepoltura è quella di Socrate, morto il 23 dicembre 497, che testimonia presenze greche in città un quarantennio prima del dominio di Belisario; la seconda è quella della piccola Teodenanda, morta il 27 settembre 566, che testimonia presenze longobarde in piena dominazione bizantina, poco meno di un secolo prima dell’annessione di Arechi I. La storia di Salerno prosegue con on Arechi II, prima duca, poi principe di Benevento dal 750 al 787. A quel tempo Salerno esce dall’anonimato poiché egli vi trasferisce la capitale dei propri domini e da l’avvio ad una sostanziale revisione, presumibilmente completata dai suoi immediati successori, il figlio Grimoaldo I e Grimoaldo II, dell’assetto urbanistico e delle opere di difesa. La nuova dinastia, iniziata da Sicone, principe di Benevento dall’817 all’832, non ebbe la capacità di tenere unito lo stato: alla sua morte la disputa per il potere fra i figli Sicardo e Siconolfo vide il prevalere del primo con l’esilio del secondo a Taranto. Alla morte di Sicardo (839), mentre a Benevento assumeva il principato il tesoriere Radelchi, a Salerno si insediava il fratello Siconolfo reduce dall’esilio; nell’847 la divisione fra gli ormai due stati fu sancita dall’imperatore Ludovico II. Resasi autonoma, la città, fra alterne vicende, spesso sotto il potere di personaggi effimeri, si avviava verso il periodo di massimo splendore che coincise con il governo della sesta dinastia, iniziata nel 983 dal conte spoletino Giovanni di Lamberto, poi principe Giovanni II, nonno di quel Guaimario IV che, principe fra il 1027 e il 1052, riunì, sebbene per breve tempo, sotto il proprio governo i principati di Salerno e Capua e i ducati di Amalfi, Sorrento, Puglia e Calabria. Con il figlio Gisulfo II, detronizzato dal cognato Roberto il Guiscardo nel 1077, avrà termine il principato longobardo, ma non la funzione di capitale per la città che soltanto dopo il 1127, quando si estingue la linea di discendenza diretta dal Guiscardo, passa a dipendenza di Palermo, divenuta nel frattempo il vero centro della monarchia normanna. Nel corso del principato di Guaimario IV, accanto all’espansione territoriale e alla conseguente accresciuta influenza politica dello stato salernitano, si ebbe un esplodere della fama della sua Scuola medica, che raggiungerà la massima fioritura fra XII e XIII secolo, ma di cui si hanno notizie a partire dal IX, essendo stata fondata, secondo la leggenda, da quattro medici: un greco, un latino, un ebreo e un arabo, che avrebbero dato l’avvio ad un insegnamento di impostazione laica. Fra i maggiori esponenti dello studio ricordiamo Garioponto, Alfano, Costantino l’africano, Ruggero di Frugardo, Matteo Plateario; fra le medichesse Trotula de Ruggiero; fra le opere l’Antidotarium, compendio di tutte le ricette della Scuola, e il Regimen sanitatis salernitanum, strumento indispensabile per la conoscenza della medicina medievale. Nel 1224 Federico II fonda a Napoli la prima università di Stato con grave contraccolpo per la Scuola salernitana, ancorché egli stesso la riconoscesse ufficialmente con le costituzioni di Melfi del 1231. L’istituzione, ormai ultramillenaria, sarà soppressa nel 1812 per decreto murattiano; attualmente ne sopravvive il ricordo nella scritta Hippocratica Civitas che sovrasta il logo del comune. Dall’11 febbraio al 10 luglio 1944 Salerno ritorna al ruolo di capitale ospitando il governo del Sud, prima presieduto da Badoglio, poi da Bonomi, con i sei partiti antifascisti. L’ultimo atto politicamente rilevante che vi si svolge è la svolta detta, appunto, di Salerno con la quale il leader comunista Togliatti si esprime a favore di quel primo governo post-regime rimandando alla conclusione del conflitto la questione istituzionale.

I SINDACI DI SALERNO
Testo di Vincenzo de Simone

Dal medioevo all’età napoleonica, quando furono istituiti i comuni, l’ente amministrativo territoriale del regno di Napoli fu l’università degli uomini liberi del territorio, retta da un sindaco e da un gruppo di eletti che rimanevano in carica dodici mesi con decorrenza, secondo il sistema indizionale, dal 1º settembre al 31 agosto dell’anno successivo.

I SINDACI DELL’UNIVERSITA’

L’università di Salerno era costituita dai territori oggi dei comuni di Salerno e di Pellezzano. Ricostruire la serie completa dei sindaci di quest’epoca è praticamente impossibile, non essendo pervenuti fino a noi che frammenti infinitesimali dell’archivio comunale; quelli qui elencati, quindi, sono solo i primi cittadini di cui è rimasta traccia.

Tiberio del Pezzo (1º settembre 1596-31 agosto 1597)
Patrizio salernitano del seggio di Porta Rotese.

Orazio Prignano (1º settembre 1606-31 agosto 1607)
Patrizio salernitano del seggio di Porta Rotese.

Pietro Francesco Sciabica (1º settembre 1615-31 agosto 1616)
Patrizio salernitano del seggio del Campo. Il cognome della famiglia cui appartenne questo sindaco ebbe diverse varianti nell’arco di tempo Cinquecento-Settecento. La forma più antica fu Yssapica, divenuta poi Isciapica, quindi Isciabica o Sciabica; esse non ebbero una precisa sequenza temporale, ma furono usate fra di loro frammiste, tanto che il Manoscritto Pinto, in Biblioteca provinciale di Salerno, pur essendo tardo in relazione all’estinzione della famiglia, riporta la primitiva forma Yssapica.

Lelio Grillo (1º settembre 1621-31 agosto 1622)
Patrizio salernitano del seggio del Campo.

Alfonso Cavaselice (1º settembre 1628-31 agosto 1629)
Patrizio salernitano del seggio del Campo.

Matteo del Pezzo (1º settembre 1669-31 agosto 1670)
Patrizio salernitano del seggio di Porta Rotese. Nel corso del suo mandato, il 29 marzo 1670, su sua sollecitazione, l’arcivescovo Gregorio Carafa decreta la demolizione della chiesa parrocchiale di San Grammazio, ufficialmente per l’inadeguatezza della struttura, in realtà per permettere ai gesuiti la creazione del largo attualmente Abate Conforti davanti alla loro chiesa del Gesù.

Donato Siviglia (1º settembre 1696-31 agosto 1697)

Domenico Siviglia (1º settembre 1706-31 agosto 1707)

Gennaro Mazza (1º settembre 1751-31 agosto 1752)
Patrizio salernitano del seggio di Porta Nova.

Matteo Gaeta (1º settembre 1753-31 agosto 1754)

Matteo Amodio (1º settembre 1758-31 agosto 1759)

Andrea de Vivo (1º settembre 1760-31 agosto 1761)

Matteo del Pezzo (1º settembre 1761-31 agosto 1762)
Patrizio salernitano del seggio di Porta Rotese.

Matteo Amodio (1º settembre 1768-31 agosto 1769)

Matteo Cavaselice (1º settembre 1799-31 agosto 1800)
Patrizio salernitano del seggio del Campo.

Enrico Lembo (1º settembre 1804-31 agosto 1805)
Patrizio salernitano del seggio di Porta Rotese.

Andrea Galdo (1º settembre 1805-31 agosto 1806)
Del casale di Coperchia, che per effetto della prossima riforma del periodo napoleonico entrerà a far parte del comune di Pellezzano.

Giovanni Angelo Forte (1º settembre 1806-9 maggio 1807)
Quando fu eletto, Giuseppe Bonaparte già era stato creato dal fratello Napoleone re di Napoli, i francesi erano entrati nella Capitale il 4 febbraio e il 18 luglio si era arresa la fortezza di Gaeta, ultimo caposaldo borbonico. Forse la fine anticipata del suo mandato fu dovuta alla sua fede per la dinastia sospesa dalla storia; certo è che dopo di lui non ci saranno più i sindaci dell’università, ma quelli del comune e la durata dei mandati non seguirà più il sistema indizionale.

I SINDACI DEL COMUNE PREUNITARIO

Luigi Rinaldi (10 maggio 1807-settembre 1807)
Il 9 maggio 1807 si conclude la contabilità del cassiere del comune per l’amministrazione precedente. Del 10 maggio è il primo mandato di pagamento a firma del nuovo sindaco Luigi Rinaldi; del 1º settembre dello stesso anno è l’ultimo.

Francesco Saverio d’Avossa (ultimi mesi del 1807-alcuni mesi del 1808)
Non sono pervenuti fino a noi, o essendo pervenuti non sono stati allo stato delle ricerche ritrovati, atti relativi all’amministrazione di questo sindaco. Ne conosciamo l’esistenza soltanto perché presente in un elenco del 1809 fra Luigi Rinaldi e Domenico Maria Carrara.

Domenico Maria Carrara (fino al 13 agosto 1808)
Della famiglia patrizia di Monte Corvino portatasi in Salerno agli inizi del Settecento e qui ascritta al seggio del Campo. Successore di Francesco Saverio d’Avossa, firma un atto il 21 giugno 1808.

Giovanni Pacifico (14 agosto 1808-17 giugno 1809)

Marciano Rinaldo (18 giugno 1809-31 dicembre 1810)

Francesco Saverio d’Avossa (1º gennaio 1811-31 dicembre 1811)

Andrea Lauro Grotto (1º gennaio 1812-31 maggio 1813)

Ignazio Panza (1º giugno 1813-31 dicembre 1814)

Luigi Rinaldo (1º gennaio 1815-11 giugno 1816)
Nel corso del suo mandato, il 20 maggio 1815, sul trono di Napoli ritornano i Borbone. Fra il 17 marzo 1816 e il termine del mandato gli atti amministrativi sono firmati dal secondo eletto, Raffaele Rota, che sostituisce il sindaco per motivi che ignoriamo.

Gennaro Mazza (12 giugno 1816-30 giugno 1820)
Patrizio salernitano del seggio di Porta Nova. Presumibilmente il suo mandato avrebbe dovuto aver termine il 19 giugno 1820, poiché il giorno 20 di quel mese il suo successore firma il suo primo atto amministrativo; per motivi che ci sfuggono, anch’egli firma un atto amministrativo quel giorno e anche il 30 successivo qualificandosi Sindaco. Da notarsi che fra il 22 giugno e 4 luglio compaiono anche atti a firma dal secondo eletto, Raffaele Rota, nella qualità di facente funzioni da Sindaco.

Marciano Rinaldo (20 giugno 1820-31 agosto 1821)
Presumibilmente il suo mandato avrebbe dovuto aver inizio il 20 giugno 1820, giorno in cui firma il suo primo atto amministrativo; per motivi che ci sfuggono anche il suo predecessore firma un atto amministrativo quel giorno e anche il 30 successivo qualificandosi Sindaco. Da notarsi che fra il 22 giugno e 4 luglio compaiono anche atti a firma dal secondo eletto, Raffaele Rota, nella qualità di facente funzioni da Sindaco.

Andrea Lauro Grotto (1º settembre 1821-31 maggio 1823)

Giacomo Maria Carrara (1º giugno 1823-31 marzo 1826)
Della famiglia patrizia di Monte Corvino portatasi in Salerno agli inizi del Settecento e qui ascritta al seggio del Campo. Nei mesi da aprile a ottobre 1826 il comune fu retto da Camillo Giannattasio, che firma gli atti amministrativi qualificandosi 2º Eletto facente funzioni da Sindaco.

Gennaro Vernieri (1º novembre 1826-9 giugno 1827)
Dopo la parentesi dell’amministrazione di Camillo Giannattasio, 2º Eletto facente funzioni da Sindaco, il cui ultimo atto è del 31 ottobre 1826, il 2 novembre compare il primo a firma di Gennaro Vernieri; l’ultimo sarà del 9 giugno 1827. Quindi ricompare il secondo eletto Camillo Giannatasio, ma questa volta sottoscrive Pel Sindaco impedito.

Amodio Zambrano (10 giugno 1827-10 gennaio 1829)
Presumibilmente per motivi di salute, alla data dell’investitura non fu in grado di intraprendere le funzioni di amministratore, per cui fra il 15 giugno e il 3 agosto 1827 fu sostituito da Camillo Giannatasio, che sottoscrive gli atti Il 2º Eletto Pel Sindaco impedito.

Mariano del Pezzo (11 gennaio 1829-24 settembre 1830)
Patrizio salernitano del seggio di Porta Rotese. Dal 26 settembre all’8 novembre 1830 gli atti amministrativi sono a firma del secondo eletto Pel Sindaco in permesso. Lo stesso 8 novembre compare il primo atto sottoscritto dal successore.

Giacomo del Plato (8 novembre 1830-31 gennaio 1832)

Silvestro Izzo (1º febbraio 1832-28 marzo 1835)
Nativo di Nocera, laureato in legge, fra il 1809 e il 1818 fu patrocinatore legale a Salerno presso l’avvocato Ludovico Pinto, prima di aprire un proprio studio. Nonostante fosse sospettato di essere stato fra i simpatizzanti salernitani della rivolta del 1820 che costrinse Ferdinando I a concedere la costituzione, la sua designazione a sindaco di Salerno, per il triennio 1832-1834, fu approvata con Real decreto del 12 ottobre 1831. Il 15 novembre 1834, con voto unanime del Decurionato, fu confermato per un altro triennio, ma poi rinunciò aspirando alla carica di consigliere presso l’Intendenza di Principato Citeriore.

Giovanni Centola (30 marzo 1835-18 agosto 1838)

Domenico Giannattasio (19 agosto 1838-28 febbraio 1841)
Figlio di Bernardo, avvocato. La sua designazione è approvata con Real decreto del 29 maggio 1838, seguito il 17 agosto dal giuramento nelle mani dell’intendente. Il 19 agosto il sindaco uscente, Giovanni Centola, lo insedia nella carica.

Giuseppe Ram (1º marzo 1841-14 gennaio 1844)
Figlio di Francesco, avvocato, cinquantaduenne all’atto della candidatura il 23 agosto 1840. La sua designazione è approvata con Real decreto del 17 gennaio 1841; il giuramento nelle mani dall’intendente risulta già avvenuto il 1º marzo.

Pasquale Borrelli (15 gennaio 1844-31 dicembre 1846)
Figlio di Vincenzo, avvocato, originario di Rutino, cinquantenne all’atto della candidatura il 22 ottobre 1843. La sua designazione è approvata con Real decreto del 27 dicembre successivo, seguito il 13 gennaio 1844, verso le ore dodici di Francia, dal giuramento nelle mani dell’intendente. Il 15 gennaio segue l’insediamento.

Matteo Rinaldo (1º gennaio 1847-22 aprile 1848)
Figlio di Pietro, avvocato, quarantenne all’atto della candidatura il 2 agosto 1846. La sua designazione è approvata con Real decreto del 9 dicembre successivo, seguito il giorno 29 dal giuramento nelle mani dell’intendente. Il 1º gennaio 1847 avviene l’insediamento. Il 4 aprile 1848 Rinaldi lamenta con l’intendente di essere afflitto da reumatismi e da cronica malattia epatica con andamento nella circolazione, come da certificato medico allegato, per cui chiede un mese di congedo dalla carica in attesa che il ministero dell’Interno accetti le sue dimissioni; cosa che avviene il 19 seguente. Dal 23 aprile all’insediamento del successore il comune sarà retto da Donato de Majo, avvocato, 2º Eletto facente funzioni da Sindaco.

Gennaro Nola (23 ottobre 1848-24 ottobre 1849)
Figlio di Luigi, avvocato. La sua designazione è approvata con Real decreto del 5 ottobre 1848, seguito il giorno 21 dal giuramento nelle mani dell’intendente. Il 23 avviene l’insediamento. Dal 25 ottobre 1849 sarà sostituito da Donato de Majo, 2º Eletto facente funzioni da Sindaco. Successivamente sarà consigliere d’Intendenza.

Giuseppe Farina (4 aprile 1850-11 agosto 1853)
Figlio di Luigi, avvocato, cinquantaduenne all’atto della candidatura il 4 novembre 1849; una nota informativa di lui dice che Negli sconvolgimenti politici del 1848 tenne regolare condotta. Esercita la professione legale. Si reputa onesto. La sua designazione è approvata con Real decreto del 6 marzo 1850, seguito il 4 aprile dal giuramento nelle mani dell’intendente. Quello stesso giorno avviene l’insediamento. Il 1º agosto 1852 si propone la sua conferma per il triennio successivo, ma egli rifiuta, per cui si nomina Federico Vernieri, la cui designazione è approvata con Real decreto del 6 aprile 1853; ma il 16 giugno successivo Giuseppe Farina, che si firma il Sindaco di finito impegno, protesta con l’intendente perché il Vernieri sta procrastinando il possesso della carica…dimostrando di essere suddito poco fedele. In realtà, il successore designato non assumerà mai la carica tant’è che dal 12 agosto 1853 Farina sarà sostituito dal 2º Eletto facente funzioni da Sindaco Gesualdo Casalbore. Su questi, il 22 novembre 1852, quando lo si proponeva, appunto, per la carica di secondo eletto, fu prodotto un rapporto di polizia che definiva la sua condotta Buona, Essendosi dimostrato sempre indifferente.

Giovanni Ruggi d’Aragona (19 gennaio 1854-2 febbraio 1856)
Figlio di Giuseppe, marchese, patrizio salernitano del seggio del Campo. Il 24 ottobre 1853 il Re accoglie la rinuncia di Federico Vernieri ad essere investito della carica di sindaco di Salerno; in pari data approva la designazione di Giovanni Ruggi d’Aragona. Ma anch’egli appare restio ad espletare il mandato, tant’è che il 22 dicembre l’Intendenza lo condanna al pagamento di una multa di sei ducati da versarsi a favore dello stabilimento delle trovatelle da istallarsi in Cava; in realtà, il marchese Giovanni non pagherà mai questi sei ducati, poiché la multa gli verrà condonata a seguito di una sua supplica del 27 agosto 1856, a mandato sindacale ormai espletato. Il 10 ottobre 1855 Giovanni Ruggi era stato proposto per un nuovo mandato, dopo che i tre candidati prescelti, fra cui Errico Bottiglieri che poi sarà il successore, parevano restii ad assumere la carica; nell’occasione è descritto quarantottenne, proprietario, di istruzione sufficiente. La vicenda di questa multa suggerisce una piccola riflessione sui costumi dei tempi. Evidentemente, alla metà dell’Ottocento il comminare multe non era utilizzato come mezzo per impinguare le casse comunali o dello Stato, ma soltanto per richiamare all’ordine i cittadini.

Errico Bottiglieri (3 febbraio 1856-18 luglio 1857)
Figlio di Felice, possidente, trentottenne all’atto della candidatura il 5 agosto 1855, è definito di istruzione sufficiente. Un rapporto di polizia, Osservazioni sulla condotta, datato 22 novembre 1852, quando lo si proponeva come eletto, lo definiva Attendibile in Politica. Un nuovo rapporto, datato 3 settembre 1855, di lui dice che è un Guardia d’onore, giovane dedito al gioco, e la sua casa è frequentata da persone do ogni sorta di colori, di poca influenza pubblica; ma l’arcivescovo Marino Paglia appare di diverso avviso, infatti scrive come [Errico Bottiglieri, fra i tre candidati sindaco] sia degno della preferenza, come colui che alla perizia e intelligenza delle cose unisce una sveltezza nella esecuzione de’ doveri annessi alla carica. Il 26 gennaio 1856 il Re approva la sua designazione. Seguono, il 3 febbraio, il giuramento e l’insediamento. Già posto in concedo per motivi di salute, il 18 luglio 1857, con Reale rescritto, si accoglie la sua rinuncia al mandato. Dal giorno successivo è sostituito dal 2º Eletto facente funzioni da Sindaco Vincenzo Pierri, poi da Giuseppe Vietri con la stessa qualifica.

Pietro Maria Alfani (8 marzo 1858-4 aprile 1860)
Figlio di Giovanni Alfonso, avvocato, originario di San Cipriano Picentino. La sua candidatura è decisa d’ufficio dall’intendente di Principato Citeriore il 14 gennaio 1858. Il 23 febbraio il Re approva la designazione. L’8 marzo avviene il giuramento e l’insediamento. Dal 5 aprile 1860 sarà sostituito dal 2º Eletto facente funzioni da Sindaco Emiddio Lanzara.

Sergio Pacifico (4 agosto 1860-23 luglio 1861)
Figlio di Giovanni, avvocato. All’avvio del suo mandato era già iniziata l’avventura dei garibaldini, sbarcati a Marsala l’11 maggio; il 6 settembre saranno a Salerno e il Cittadino Sindaco riceverà comunicazioni dal comando della guarnigione in città su carta intestata In Nome di Vittorio Emanuele, Re d’Italia, e del generale Giuseppe Garibaldi, Dittatore. Immediatamente, soppressa l’Intendenza, è in attività il Governo Civile e Amministrativo della provincia del Principato Citeriore in attesa dell’istituzione delle prefetture. Il 15 di quello stesso mese Pacifico, seguendo quanto andavano facendo i vertici delle amministrazioni locali e di altri enti provinciali, scrive al governatore: Signore, Per l’uso di risulta mi onoro inviarle l’atto Decurionale attinente all’adesione fatta da questo Municipio all’Unità Italiana sotto lo scettro del Magnanimo Re d’Italia Vittorio Emmanuele, e la Dittatura del Glorioso Gen.e Giuseppe Garibaldi. Il documento non reca alcun timbro comunale, né il vecchio, con lo stemma borbonico, né il nuovo, con quello sabaudo. Del 23 luglio 1861 saranno gli ultimi atti a firma del secondo eletto Emiddio Lanzara Pel Sindaco in permesso; il successivo giorno 25 comparirà la nuova figura dell’Assessore facente funzioni da Sindaco nella persona di Gaetano Natella; contestualmente, per i timbri ufficiali, l’entità territoriale non sarà più il comune, ma il municipio.

VESCOVI E ARCIVESCOVI DI SALERNO
Testo di Vincenzo de Simone

La storia di Salerno contiene le schede dei vescovi e degli arcivescovi di Salerno secondo la serie cronologica ricostruita da Vincenzo de Simone in occasione della seconda edizione di Salerno Sacra di G. Crisci

VESCOVI DAL Vº SECOLO AL 983

1 – San Bonosio
Ritenuto il primo vescovo di Salerno dalla tradizione sostenuta dal Liber confratrum. E’ riportato dalla lapide fatta scolpire da Alfano I nel 1081 in occasione della ricognizione delle reliquie dei vescovi salernitani, venuta alla luce nel 1958. La Chiesa locale, fino alla riforma del 1975, gli rese l’onore del culto il 14 maggio; attualmente se ne ha memoria il 15 dello stesso mese fra i santi vescovi della città.

2 – San Grammazio (+ 490)

Nel 1026 esisteva in città una chiesa dedicata al suo culto. In essa, il 29 marzo 1670, l’arcivescovo Carafa, che ne aveva decretato la demolizione, rinvenne una lapide che indicava la morte del santo al 25 gennaio 490, all’età di 41 anni. La tradizione lo indica immediato successore di san Bonosio, salernitano, di nobile famiglia. La Chiesa locale gli rese l’onore del culto il 12 ottobre.

3 – San Vero
E’ chiamato dal Liber confratrum, forse per errore di trascrizione, Ursus. La Chiesa salernitana gli rese l’onore del culto il 15 ottobre. Il martirologio romano lo commemora il 23 dello stesso mese: Presso Salerno San Vero Vescovo.

4 – San Valentiniano
Tradizionalmente santo, è variamente appellato: Valerius, Valentinus, Valentinianus. Con quest’ultimo nome è riportato dalla lapide di Alfano I e nel breviario salernitano del 1443. La liturgia locale lo commemorava il 3 novembre.

5 – Gaudenzio (499)
Partecipa al sinodo generale del marzo 499 celebrato a Roma, in San Pietro, da papa Simmaco e lo sottoscrive: Gaudentius episcopus ecclesiae salernitanae subscripsi.

6 – Sant’Asterio (536-555)
Gli atti del sinodo di Costantinopoli, nella sentenza emessa nel 536 contro il patriarca Antimo e i vescovi Severo, Pietro, Zoara e altri, furono sottoscritti anche da Asterio, vescovo di Salerno. Dopo circa vent’anni, nel 555, lo si incontra ancora in quanto papa Pelagio gli invia una lettera che lo autorizza a consacrare l’oratorio edificato dall’abate Vindimio in onore dei santi Crisante e Daria nel monastero dal medesimo fondato iuxta muros civitatis salernitanae. Il Liber confratrum riporta: sanctus Austerius episcopus. La lapide di Alfano I ha inciso, sebbene scalpellato, S. Austerii. Il martirologio romano lo commemora il 19 ottobre, così come faceva la liturgia locale. Nel 1331 esisteva in Roma la chiesa di Sant’Eusterio, vescovo salernitano.

7 – Gaudioso (640)
Sembra sia stato vescovo fra la fine dell’occupazione greca e la conquista longobarda, intorno al 640. Compare nel Liber confratrum, non sulla lapide di Alfano I. Tradizionalmente, avrebbe evitato lo scontro armato fra i salernitani e gli invasori longobardi e avrebbe avuto il dono di essere inteso, nelle rispettive lingue, da greci e barbari adunati insieme. Il martirologio romano lo commemora il 26 ottobre come santo, ma, forse, per confusione con san Gaudioso vescovo di Bitinia; infatti, l’Ufficio napoletano ignora Gaudioso di Salerno e festeggia san Gaudioso Africano, nonostante il Nostro, da fonti tarde, sia detto oriundo napoletano.

8 – Luminoso (649)
Gli atti del sinodo romano, celebrato dal 5 al 31 ottobre 649 da papa Martino I, registrano la sua presenza. Fra il 649 e il 774 non esiste documentazione circa i vescovi di Salerno. In questo periodo, secondo una lista dell’XI secolo, si incontrerebbero sette Pastori: 9 – Zaccaria; 10 – Colombo; 11 – Lupo; 12 – Renovato; 13 – Benedetto I; 14 – Talarico; 15 – Andemario.
16 – Rodoperto (774-oltre il 787)
Dal Chronicon salernitanum risulta vescovo al tempo di Arechi II: per idem tempus sanctae ipsius ecclesie Rodopertus episcopus preerat. Da questa indicazione piuttosto vaga non si può dedurre che l’episcopato di Rodoperto abbia compreso l’intero arco di tempo del duca; quindi non se ne può precisare l’anno di inizio. Certo è che nel 774 lo troviamo impegnato, con Davide, vescovo di Benevento, e con altri Pastori del ducato, nella trattativa che convinse Carlo Magno, giunto fino a Capua, a rinunciare a marciare su Benevento e Salerno. Durante il suo episcopato, Arechi erige il palazzo con l’annessa chiesa dei Santi Pietro e Paolo, il che determina il trasferimento “de facto” della corte longobarda nella nostra città. L’epoca della sua morte non è precisabile, poiché il Chronicon è generico: longeva etate […] huius vite corsus explevit. Certo è che sopravvisse allo stesso Arechi, morto il 26 agosto 787, poiché, ab amore tanti viri, sulla tomba sua e del figlio Romoaldo, morto il 21 luglio precedente, fece elevare un monumento.

17 – Rodoalto
Durante il suo governo pastorale si svolsero avvenimenti che prepararono l’avvento del suo successore: l’invasione e la presa di Canosa da parte degli agareni, seguite dall’esilio di quel vescovo, Pietro, che con non pochi suoi fedeli raggiunse Salerno. La morte di Rodoalto sarebbe avvenuta dopo qualche tempo dall’arrivo di Pietro in città, poiché il Chronicon riporta: dum vero Salernum aliquod tempore cum suis [Pietro] remansisset, Rodoalt iam dictum episcopum diem clausit extremum.

18 – Pietro I
Cognato del principe Grimoaldo, costretto a lasciare la propria sede di Canosa per l’invasione degli agareni, si rifugia a Salerno. La scelta si spiega sia con la parentela di cui sopra, sia con la posizione raggiunta dalla nostra città, ormai capitale consolidata del principato. Appare evidente che Pietro dovette essere ospite gradito al clero e alla plebe Dei della Chiesa salernitana; infatti, alla morte di Rodoalto, fu eletto con suffragio unanime. Resse la diocesi con saggezza e prudenza: ipsam iam dictam ecclesiam moderantissime gubernaret. Fece costruire de suo sumptu una chiesa dedicata a san Giovanni Battista iuxta predictam sedem sanctam, ossia presso l’antica Cattedrale, chiesa che non poté portare a termine perché divina vocante potentia de hac luce extractus.

19 – Ractolo
Il Chronicon si limita ad una scarna nota: quo [Pietro] defuncto, Ractolus quidam episcopus ordinarunt.

20 – Mainaldo
Alla morte di Ractolo, riferisce il Chronicon, Magnaldus episcopus ordinarunt.

21 – Teupo
Il Chronicon lo dice immediato successore di Mainaldo: dum ipse de hac luce migrasset, idipsum Teupus episcopus elegerunt.

22 – Aione (841)
Il documento che ci permette di fissare un riferimento temporale per questo episcopato è un diploma del principe Siconolfo dell’agosto 841, con il quale egli concede ad Aione, vescovo di Salerno, il monastero di San Pietro de Palatio, con terre e mulini sul fiume Irno. Il Chronicon ne attesta la successione a Teupo, la statura morale, l’opera svolta: Quo mortuo [Teupo] preclarissimum quidem Alorem episcopum ordinarunt. […] Fuit autem vir bonus ecclesieque reparator […] fecit autem mire pulchritudinis lectorium ex gipso.

23 – Landemario
Il Chronicon riferisce soltanto che fu oriundo della zona nocerina: ex Nucerie finibus fuerat ortus e successore di Aione.

24 – Bernaldo (843-855)
Il Chronicon dice Bernaldo Ex civitate Latiniana ortus, eletto al tempo del principe Siconolfo. Ne evidenzia le qualità morali, coangelicus presul, e l’attività pastorale, ecclesie reparator. Egli completa con affreschi e campanile la chiesa di San Giovanni Battista, lasciata incompiuta dal predecessore Pietro, e nella stessa trasporta, dalla chiesa posta sulla riva occidentale del fiume Irno, i corpi dei santi martiri Fortunato, Caio e Anthes. Al tempo dei principi Sicone e Pietro viene gravemente offeso dall’ospitalità da questi accordata ad un capo musulmano proprio nella casa ove egli era solito dimorare. A seguito di ciò lascia la città e raggiunge Roma, ove si trattiene per un periodo non precisabile. Pregato prima dagli stessi principi, quindi dal clero e dal popolo, ritorna a condizione che venga costruita una nuova sede vescovile, quamvis exigua. Al tramonto della vita Bernaldo fa costruire una chiesa dedicata al Salvatore, decorata nella pavimentazione, nella volta e nelle pareti, arricchendola delle reliquie di san Felice e altri santi collocate nell’altare.

25 – Pietro II (855-861)
Il Chronicon riferisce: Mortuo […] bone memorie Bernaldus statim suum filium [del principe Ademario] Petrum electum sublimarunt. Sembra che Pietro non sia stato prescelto per elezione del clero e del popolo, ma imposto dal padre, che mirava ad ingerirsi negli affari della Chiesa. Guaiferio coglie il momento del massimo scontento popolare. Assale il palazzo e imprigiona Ademario. Il vescovo Pietro riesce a fuggire e si rifugia nel castello di Sant’Angelo a Monteauro, presso Olevano. Dopo breve resistenza, spontanea voluntate, si arrende. Come sia finito non è dato sapere.

26 – Rachenaldo (862-872?)
Il Chronicon indica, anche se con approssimazione, l’epoca di inizio dell’episcopato di Rachenaldo quando lo dice prescelto da Guaiferio: erat episcopus ab ipso Guaiferio preordinatus. Evidentemente, il vincitore si affrettò a sostituire il figlio dello sconfitto; e ciò dovette avvenire nell’862 o, al più tardi, nell’863. Il suo è un governo episcopale travagliato, turbato dalla presenza continua e minacciosa dei saraceni nei dintorni di Salerno, sottoposta ad assedio per circa un anno. Indelebile rimane nella memoria storica del cronista la profanazione della chiesa dei Santi. Fortunato, Caio e Anthes, ove gli assedianti commettono ogni sorta di nefandezze. Forte si insinua nel presule un senso di frustrazione, fino al desiderio di abbandonare il ministero.
Oltre al Chronicon, un solo documento fra quelli giunti fino a noi, dell’866, lo ricorda vescovo. Lo stesso Chronicon è vago circa la fine del suo episcopato.

27 – Pietro III (874?-888?)
Salerno risulta sede vacante nel febbraio-marzo 873, quando papa Giovanni VIII indirizza una lettera al clero et ordini salernitano per prescrivere che il presbitero Lupenardo sia giudicato dal nuovo presule, cum fuerit consacratus, e da altri sei vescovi. Il primo documento che ci tramanda il nome di Pietro è dell’880. Nel marzo 882, a richiesta del principe Guaimario e della madre Landelaica, concede il decreto di esenzione dalla giurisdizione vescovile alla chiesa di San Massimo. Nell’886 Stefano V scrive a Petro eletto salernitano invitandolo a recarsi a Roma per farsi ordinare vescovo. Successivamente l’invito si trasforma in ingiunzione perentoria, con la minaccia di considerarlo sanctorum canonum transgressor et apostolicae censurae violator, poiché deteneva la santa Chiesa salernitana, tot retroactis temporibus, come invasore. Contemporaneamente il Papa scrive al principe Guaimario per informarlo ufficialmente della resistenza di Pietro e per comunicargli che se questi ancora si ostina a resistere all’invito, il clero e il popolo della Chiesa salernitana dovranno procedere ad eleggere statim altra persona idonea e ad sedem apostolicam pro sacrando deferre. Ignoriamo se Pietro cedette a quest’ultimo invito e alle pressioni che, forse, Guaimario gli fece o si ostinò nel rifiuto e, quindi, decadde dal ministero episcopale. Così come ignoriamo i motivi della sua singolare ostinazione.

28 – Pietro IV (917)
Un istrumento per la permuta di un terreno in loco Felline con una corte in Quarracano ci presenta Petrus gratia Dei episcopus sancte sedis salernitane ecclesie nel 917. Il Liber confratrum riporta due vescovi di nome Pietro fra di loro succedutisi fra l’880 e il 917.

29 – Giovanni I (918)
L’unico atto di questo prelato giunto fino a noi è quello con il quale, nel 918, esenta dalla giurisdizione vescovile la chiesa di Santa Lucia di Balnearia, in territorio di Cava.

30 – Pietro V (936-949)
Il vescovo Pietro compare in un documento del 936 riguardante una controversia sorta fra l’avvocato dell’episcopio e Mauro per il possesso di terreni con vigneti; chiamato a giudicare, egli definisce la vertenza a favore di Mauro. Nel 940 rivela le sue sollecitudini pastorali nell’atto con il quale concede a tre fratelli amalfitani una proprietà dell’episcopio in cui è edificata una torre con la chiesa di San Felice. Le condizioni di affidamento prevedono il restauro della chiesa e dello stabile annesso, la ripresa del culto con la residenza dei sacerdoti addetti, un dignitoso sostentamento offerto ad essi, la continuità nella dipendenza della chiesa da lui e dai vescovi successori.
In questo documento si ha una indiretta biografia del vescovo Pietro: non solo pastore vigilante del culto divino, dell’assistenza spirituale dei fedeli, della cura per il clero, ma anche attento custode del patrimonio della Chiesa. Nel 946 Gisulfo I, a sua richiesta, concede alla Cattedrale i beni degli ecclesiastici defunti senza eredi siti ovunque nel territorio del principato. L’ultimo documento che lo ricorda è del maggio 949: in una controversia per diritti di proprietà su beni siti in Aiello fra Maione e Maria, coniugi, e l’abate di San Massimo viene esibito un suo decreto.

31 – Bernardo (954)
Il vescovo Bernardo è tradizionalmente associato al trasporto in Salerno del corpo di san Matteo, che sarebbe avvenuto il 6 maggio 954. Il primo documento che compie tale operazione è l’elenco dei vescovi salernitani redatto in appendice alle costituzioni del Sinodo Colonna del 1579 che, per altro, gli assegna il numerale II, evidentemente considerando “primo” il presule di cui al n. 24: Bernardus secundus A. D. 954 die 6 maji translatum fuit Corpus beati gloriosissimi Apostoli et Evangelistae Matthaei in Ecclesia Salernitana. Le narrazioni dell’evento anteriori al 1579 tacciono sul nome del vescovo in carica al 954. Documenti coevi che lo citino non sono giunti fino a noi.

32 – Pietro VI (958-974)
Caro a Gisulfo I, da cui ebbe fiducia e stima, fu suo consigliere e, molto probabilmente, medico personale. Nel 958 lo stesso principe, a sua richiesta, concede all’episcopio salernitano le proprietà che possiede nella zona del Trauso, verso i fiumi Cornea e Tusciano. Nel 968 Gisulfo, prima di intraprendere il viaggio per incontrarsi a Capua con l’imperatore Ottone I, va a pregare nell’antica Cattedrale e si accomiata dal vescovo: at sic commeato accepto a sanctissimo Petro. Poche parole sufficienti a farci intendere non solo le virtù del presule, ma anche la venerazione che ha per lui il principe. Nel 974 una controversia sorta fra il chierico Alfano e Leone di Atrani per il possesso di terreni con vigne siti in località Felline viene definita alla presenza del vescovo Pietro.

33 – Giovanni II (977-982)
Nel 977 Giovanni, divina favente clementia presule salernitano, dichiara che avendo la Mensa vescovile terreni in varie località, incolti, con scarsa o nessuna rendita, intende cederli all’amalfitano Lupeno con metà della chiesa di San Felice sita a Fonti, ricevendo in cambio dieci libbre d’argento. Il 23 aprile 978 è indicato: Johannes episcopus salernitane ecclesie datarius apostolicus. Nello stesso anno, in alcuni atti del 979 e l’8 novembre 980 si firma: Johannes episcopus salernitane ecclesie substitutus bibliotecarius s. sedis apostolice. L’ultimo documento che ricorda Giovanni è il diploma con il quale l’imperatore Ottone II, da Taranto il 18 aprile 982, conferma alla Chiesa salernitana donazioni e privilegi elargiti dagli antichi principi della città.

34 – Amato I (982-993)
Dobbiamo distinguere nel ministero di Amato due periodi: il primo come vescovo, il secondo come arcivescovo.
L’imperatore Ottone II, dopo la disastrosa battaglia di Stilo nella lotta contro bizantini e saraceni, prima di rientrare a Roma, il 18 agosto 982 incontra a Capaccio Amato, nuovo vescovo di Salerno e suo amico. Con diploma che sarà promulgato da Capua il successivo 2 novembre, gli concede conferme e nuovi privilegi, fra cui quello della “immunità”. Non è giunto fino a noi il documento della promozione di Amato a primo arcivescovo. Tuttavia, elementi indiretti ci orientano fra il giugno e il 10 luglio 983. Infatti, in giugno, in un atto di permuta di terre, Amato è detto ancora vescovo; il 10 luglio muore Benedetto VII, al quale si deve la elevazione di Salerno a sede metropolitana.

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